Pigri, ma fatti per correre: perché non amiamo allenarci ma dovremmo farlo.

Di Paolo Agnoli in gennaio 2023, Scienza e Tecnologia, L’Undici

“To move or not to move. That is the question”     Daniel Lieberman

Recentemente l’Organizzazione Mondiale della Salute ha lanciato un grave allarme, basato sui dati riportati da 1,6 milioni di studenti in 146 Paesi: oltre l’80% degli adolescenti nel mondo non fa esercizio fisico. L’OMS denuncia che la maggior parte dei ragazzi dagli 11 ai 17 anni si muove – intendendo con ciò ogni tipo di esercizio fisico – meno di un’ora al giorno”, la durata minima raccomandata da tempo da questa organizzazione (1). Quasi 500 milioni di persone svilupperanno così, con ogni probabilità, malattie cardiache, obesità, diabete o altre patologie croniche entro il 2030. Le ragazze sembrano meno attive dei ragazzi: 84% contro 78%.  Anche le persone in età avanzata che svolgono attività fisica in modo regolare sono una piccola minoranza.

Eppure, secondo molti studi di biologi, antropologi, medici, psicologi e neurologi, noi esseri umani abbiamo un corpo ‘progettato’ per correre (in particolare lunghe distanze) e funzioni vitali che gratificano fortemente il nostro cervello dopo un po’ che lo facciamo. Questo soprattutto nel caso delle donne, ma ciò vale anche per gli anziani. Proverò così a dare essenzialmente risposta a due domande, che da questi fatti possono scaturire.

Se siamo davvero fatti per correre:

1. Perché può accadere che ci facciamo male, anche frequentemente, quando corriamo?

2. E perché, soprattutto, la maggioranza delle persone non ama affatto ‘andare a correre’, come denuncia l’OMS, anche se la corsa è comunque lo sport più praticato al mondo?

La risposta alla prima domanda potrà apparire non difficile, come vedremo, anche se per i più probabilmente non scontata. La risposta alla seconda domanda è decisamente non intuitiva e in parte ancora oggetto di discussione tra gli esperti.  Proverò in ogni caso a fornire anche questa, con qualche dettaglio.

Premetto che in questo articolo – mi scuso per non essere stato capace di maggior sintesi – mi sono basato soprattutto sui lavori di Daniel Lieberman, professore ad Harvard di biologia dell’evoluzione. Ho fatto inoltre tesoro della mia esperienza di maratoneta, acquisita in diversi decenni di attività agonistica amatoriale; ma anche di quella maturata seguendo mio padre Sergio – ex primatista e molte volte campione del mondo master di corsa di lunga distanza – e alcuni suoi coetanei. Ho inoltre utilizzato sicuramente i miei studi su come gli esseri umani prendono le loro decisioni.

In ogni caso, come insegna Lieberman, per riflettere su questi quesiti al fine di capire poi non solo come noi siamo, ma come potremmo e dovremmo essere, dobbiamo cominciare guardando al nostro passato. Partirò da questo, citando altresì alcuni fatti apparentemente sorprendenti.

Siamo veri campioni, nella corsa di resistenza

Una recente gara uomo-cavallo in Gran Bretagna

“I Ran All The Way”   Il vice presidente statunitense Harry S. Truman, che corse letteralmente da una parte all’altra di Washington D.C. per recarsi immediatamente alla Casa Bianca dopo la morte del presidente Franklin Delano Roosevelt.

Lo scorso settembre a Verona il lituano ultraquarantenne Alexander Sorokin ha corso per 24 ore di seguito percorrendo 319,614 km. Ovvero ha completato sette maratone e mezzo di fila, ad una velocità media di 13.4 km/h, o 4’29” a km come direbbe più probabilmente un ‘runner’. Per inciso una velocità con cui un buon corridore amatoriale completa di norma 10 chilometri. Sorokin non è un keniano o un etiope. Non ha nemmeno 20 anni. Anzi è un ‘master’, ovvero un ‘over 35’, nel gergo sportivo. Inoltre non ha corso per una medaglia olimpica o per un premio in denaro come quello che va al vincitore di una importante maratona internazionale. E, soprattutto, non ha corso per la propria sopravvivenza.

Dean Karnazes, un ultramaratoneta americano che avrebbe potuto davvero interpretare il personaggio di Forrest Gump, nell’ottobre 2005 ha corso senza fermarsi circa 560 km (più di 13 maratone di fila) in 80 ore e 44’, ovvero a 7 km/h. Che io sappia l’unico uomo che abbia mai tentato una impresa del genere. Ritengo lecito quindi chiedersi quali potrebbero essere davvero le prestazioni sulla corsa di lunghissima distanza di un atleta giovane particolarmente dotato e motivato.

Ma quali sono, come paragone, le prestazioni di un animale?

Un cavallo per esempio può galoppare alla velocità di più di 25 km/h, ma solo per circa 10 minuti. Dopo deve scendere a una media di circa 19 km/h, che può comunque mantenere trottando non troppo a lungo, poi deve rallentare per poi camminare. Pensiamo infatti che nei secoli passati una carrozza che volesse arrivare lontano, celermente, doveva cambiare i cavalli ‘alla posta’ di quando in quando. Ebbene, un uomo allenato può correre ad una velocità non troppo minore di quella di un cavallo al trotto, ma per tempi più lunghi. Non è un caso quindi, come riportano da decenni le cronache, che un atleta possa talvolta battere un cavallo se la gara è sufficientemente lunga.

Ricordo invece, per quanto riguarda le brevi distanze, che un velocista olimpionico può correre sui 100-200 metri a circa 36 km/h, ma che per esempio un leone adulto sano può correre ad una velocità almeno doppia per 4 minuti. Ma anche un gatto può facilmente batterci su distanze limitate, così come esemplari di moltissime altre specie animali.

I nostri migliori atleti sui 1000 metri scendono poi a 27 km/h, sui 5000 a 24. Come dimostra la prestazione a Vienna dell’olimpionico keniano Eliud Kipchoge sulla maratona nell’ottobre 2019 (1h 59’ 40”) possiamo però correre per due ore a 21 km/h. Sui 100 chilometri ‘scendiamo’ a 16,5 km/h (più di 6 ore di corsa in una gara non olimpica, cui partecipano quindi pochi atleti e non di élite).

Possiamo quindi correre abbastanza ‘velocemente’ solo per poco. Siamo, invece, grandi corridori di resistenza.

 Muoversi per vivere

Eliud Kipchoge dopo aver completato la maratona in meno di due ore

“Expect poison from standing water” William Blake

Correre a lungo non è un gioco. E non nasce neppure come uno sport. Correre è solo una semplicissima e naturale forma di movimento. Ma la corsa sulle lunghe distanze è anche una delle più naturali esigenze umane. Come mostra a lungo lo scienziato dello sport Daniele Vecchioni, esperto del movimento umano e ultramaratoneta, per esempio nell’interessante libro in bibliografia (2), questo è sempre derivato dalla necessità di cacciare e sopravvivere, dal desiderio di comunicare o arrivare ad una meta lontana. La corsa di resistenza rappresenta da sempre la vera battaglia dell’uomo contro il tempo, per esistere e riprodursi.

Le piante competono nel far cadere i semi sulla migliore zolla di terreno, noi con la corsa e la lotta.  E anche se oggi non sempre ci spostiamo con le nostre gambe o combattiamo con le nostre mani, il movimento e il combattimento rappresentano ancora le attività fisiche più competitive per un essere umano: pensiamo solo a quanto usiamo le automobili, i treni, gli aerei, le navi e a quanto spendiamo per gli armamenti.

Attraverso centinaia di milioni di anni di evoluzione, che poi rappresenta solo un cambiamento nel lungo periodo, vi è stata una pressione selettiva su alcune specie animali per metterle in grado di muoversi, viaggiare lontano e velocemente, e di farlo in modo più efficiente sia delle loro prede che dei loro predatori. Come pochissime altre specie (per esempio i lupi, i licaoni, i cani più simili ai lupi, le iene, le antilopi) proprio noi esseri umani siamo più di altri, nel profondo, veri corridori di resistenza: sia che lo mostriamo o no nelle nostre azioni, sia che desideriamo o meno la mattina alzarci ed andare a correre.

Il ‘persistence hunting’

Daniel Lieberman

“Running Is the Greatest Metaphor For Life. Because You Get Out Of It What You Put Into It”  Oprah Winfrey

Studi di antropologia, basati anche su osservazioni recenti di tribù di tarahumara nel Messico, di boscimani nel Botswana e di aborigeni in Australia – si veda per esempio il volume del reporter americano Christopher McDougall (3) – mostrano come il ‘persistence hunting’ (caccia di persistenza) praticato da gruppi di umani per centinaia di migliaia di anni, e che avviene di norma durante la parte più calda della giornata, consiste nel rincorrere un animale fino a che questi diventi esausto.

Le velocità che noi possiamo tenere in corse di lunga distanza possono essere mantenute infatti da molti altri animali solo con il galoppo: facendo ciò questi ultimi però non riescono a raffreddarsi e debbono presto smettere.

Come mostrato nello storico lavoro scientifico di Lieberman e del suo collega Dennis Bramble, pubblicato nel 2004 su Nature (4), quando l’uomo ha iniziato a trasformarsi da scimmia bipede (Australopiteco) e da consumatore occasionale di prede altrui (Homo Habilis) in vero e proprio cacciatore di prede vive (Homo Erectus, Homo Sapiens) ha sviluppato contestualmente dei sistemi biologici per sopportare il crescente riscaldamento dovuto all’attività muscolare prolungata. E lo ha fatto in modo sofisticato: noi abbiamo moltissime ghiandole sudoripare e riusciamo a fare più di un respiro a passo. Quindi riusciamo a correre a lungo in modo relativamente veloce anche al caldo. Ciò è fondamentale.

E non fatevi influenzare da ciò che vedete nei film: se fate correre un animale al galoppo per 15 minuti, al caldo, lo uccidete.

Perfette macchine da corsa

Un chaski, corridore che consegnava messaggi nell’Impero Inca, mentre suona una conchiglia

“Da quando ho imparato a camminare mi piace correre” Friedrich Nietzsche

Camminare è la forma più importante di attività fisica, certo, e viene praticata da innumerevoli specie animali: ma noi Sapiens senza la corsa non saremmo mai diventati cacciatori di ‘persistenza’, fatto che prima di altri ci ha permesso di avere accesso a fonti importanti di calorie.

Dalla nostra testa ai nostri piedi, come ancora mostrato in dettaglio nello studio di Lieberman e Bramble e anche nei successivi lavori di Lieberman e altri suoi colleghi (5, 6, 7), noi possiamo contare altre numerose caratteristiche che dimostrano la nostra natura intrinseca di corridori. Ad esempio, se osserviamo il nostro piede notiamo che le dita sono molto più corte di quelle delle mani e così richiedono meno energia per stabilizzarsi quando corriamo. Abbiamo tendini sviluppati, in particolare quello d’Achille, che si comportano come molle permettendoci di immagazzinare e rilasciare energia in modo opportuno. Le nostre caviglie sono congegni anatomici perfetti ‘caricati’ dai tendini. Abbiamo legamenti nucali che ci permettono di mantenere la testa dritta quando corriamo. I nostri glutei si sono sviluppati per stabilizzare la colonna nel mantenimento della posizione eretta durante la deambulazione veloce, e sono responsabili del movimento di estensione della coscia rispetto al bacino: sono poco utilizzati quando camminiamo, ma moltissimo quando corriamo.  Abbiamo vite strette che ci permettono di far oscillare braccia e gambe in linea retta. E le proporzioni tra gli arti superiori e inferiori del nostro corpo sono ‘progettate’ per aiutarci a correre con il minor dispendio energetico possibile.

Molti di questi adattamenti hanno senz’altro compromesso fortemente altre nostre capacità, come quella per esempio di arrampicarci sugli alberi. Ma correre ci ha consentito di reagire ai cambiamenti delle stagioni e del clima, di investigare lo spazio intorno a noi e di  ottenere nuove fonti di cibo. Con l’arrivo della civiltà poi la corsa ha anche soddisfatto – come vedremo fra un po’ – a un altro compito altrettanto importante per lo sviluppo, qui soprattutto culturale, della nostra specie: assicurare le interazioni tra comunità lontane.

L’enigma di Neanderthal

Ricostruzione dell’antenato comune a Sapiens e Neanderthal

“You Are All Kenyan Today” Scritta sul percorso della maratona di New York

In un interessante articolo divulgativo sulla rivista ‘Correre’ – basato su differenti studi di Lieberman e altri suoi colleghi, e scritto da uno dei suoi collaboratori, Leonardo Soresi (8) – si mostra come in biologia vi sia stato a lungo un problema chiamato ‘l’enigma di Neanderthal’. Il rebus è stato risolto solo di recente.

I Sapiens hanno convissuto con i Neanderthal (una differente specie) per circa 10000 anni. I Neanderthal vivevano in Europa da 200000 anni quando i primi Sapiens raggiunsero la Francia meridionale. Diecimila anni dopo si estinsero. Perché furono i Sapiens a trionfare? I Neanderthal erano superiori in molti aspetti: forza, corpo con molti peli che li copriva dal freddo, muscolatura più grande, perfino cervello inizialmente più sviluppato che permise loro di iniziare a parlare prima dei Sapiens (come suggeriscono i fossili e alcuni studi).

Ebbene ora, espone Soresi, siamo in grado di sostenere che proprio la corsa rappresentò il fattore misterioso che può risolvere quell’enigma. Ad un certo punto dell’evoluzione i Sapiens hanno infatti avuto accesso, grazie alla corsa, ad una riserva continua di nutrimento: e ciò spiega perché il loro cervello ha continuato a svilupparsi fino a diventare non solo più grande di quello dei Neanderthal contribuendo a batterli, ma addirittura anche sette volte più grande di quello di molti altri mammiferi.

Il nostro cervello ‘consuma’ moltissimo: pur rappresentando solo il 2% del nostro peso corporeo assorbe il 20% di tutte le calorie che ci sono necessarie per vivere. L’apporto calorico quindi è indispensabile al suo sviluppo e al suo sano funzionamento.

Ebbene, conclude Soresi, con l’aumento della temperatura e la fine dell’era glaciale i Neanderthal osservarono le loro prede (orsi, alci, bisonti) quasi scomparire, mentre le antilopi e altri animali simili diventare sempre più numerosi. Difficile però pensare di catturare questi ultimi con la forza. E così la muscolatura divenne perfino un handicap: all’aumentare della temperatura ogni chilo in più non solo è un peso inutile, ma è addirittura nocivo.

Oltre l’anatomia, la chimica

William Glasser

“Se la notte sogno, sogno di essere un maratoneta“ Eugenio Montale

Quando corriamo a lungo produciamo molte sostanze che dopo un po’ premiano il nostro cervello. Ormoni e materie chimiche bilanciate in modo opportuno: endorfine, adrenalina, dopamina, serotonina, citicolina, ossitocina e ancora altre. Ciò porta, non prima però di davvero molte decine di minuti, ad un vero e proprio ‘sballo del corridore’ (runner’s high) che rende sopportabile e trasforma poi perfino in piacevole il disagio iniziale (oltre che stimolare la nostra percezione e la nostra consapevolezza sensoriale, così importanti nella caccia di persistenza). Ciò crea una vera dipendenza, anche se positiva. Il primo a studiarla e scriverne fu, nel 1976, lo psichiatra americano William Glasser (9).

Ricordo, come solo esempio, che le endorfine sono del resto sostanze proteiche con una struttura simile a quella della morfina e di altre molecole derivanti dall’oppio: il loro nome deriva da endogeno (ossia prodotto all’interno dell’organismo) e da morfina.

Vi posso qui dare anche un esempio personale. Ho corso nella mia vita molte maratone, spesso anche solo per accompagnare mio padre o amici. Alla fine di ognuna di queste fatiche sono caduto in uno stato di benessere mentale che è durato davvero a lungo. Da giovane ho anche praticato il calcio agonistico: ebbene, quando si gioca al calcio ci si diverte (a differenza della corsa!), ma alla conclusione della partita il ‘benessere’ finisce. Certo, se si vince si è contenti, ma questo riguarda la psicologia delle interazioni sociali e il ‘social reward’: la gioia del successo. Cosa che del resto avviene anche, e in particolare, nella corsa agonistica.

Correre, rispetto ad altri sport e come mostrato da molti studi, aumenta in modo significativo anche la vascolarizzazione e l’ossigenazione del cervello, quindi alla lunga anche la nostra intelligenza. Stimola addirittura la produzione di nuove cellule nervose, rafforza le connessioni cerebrali e la plasticità neuronale.

I muscoli inoltre, quando si corre a lungo, producono anche sostanze che svolgono un’azione antiossidante e antinfiammatoria che dura nel tempo, a differenza di ciò che farebbero integratori e medicinali. Anche su tutti questi aspetti si è soffermato Vecchioni nel libro sopra citato, cui rimando per approfondimenti. In ogni caso decenni di attività agonistica mi hanno permesso di osservare personalmente, anche in atleti anziani, l’enorme influenza che un’attività  come la corsa, se praticata a lungo, può avere sulla salute e sulle funzioni cognitive umane.

Un po’ di storia

Filippide annuncia la vittoria sui Persiani

“E’ un uomo felice, e i poeti cantano di lui, quello che conquista con mani e piedi veloci” Pindaro, 500 a.C.

Sono molti i libri sulla storia della corsa, personalmente ne ho scoperti tre particolarmente istruttivi e documentati. Da questi ho riassunto le brevi informazioni che riporto in questo paragrafo. Il primo del saggista norvegese Thor Gotaas (10), il secondo dello storico americano Benjamin Cheever (11), il terzo del giornalista italiano Roberto L. Quercetani (12).

Dopo gli inizi della civiltà, quasi ogni popolazione ha dovuto affidarsi alla corsa per promuovere la comunicazione tra gruppi distanti: per informare o trasportare leggeri oggetti di valore. La maratona, del resto, è come noto la rievocazione della corsa dell’emerodromo (ovvero “colui che corre per un giorno intero”) Filippide dalla piana di Maratona ad Atene per annunciare la vittoria sui Persiani nel 490 a.C.

I corridori portatori di messaggi si diffusero così in tutto il mondo: dall’Europa, all’Asia, alle Americhe.

La corsa è stata anche uno dei primi sport ufficialmente praticati. Nel 776 a.C., durante la prima Olimpiade, quasi tutte le gare furono rappresentate da corse. Ma anche prima di allora si ha notizia di vere e proprie competizioni podistiche, di differenti lunghezze, che coinvolsero perfino re e faraoni.

Insomma, come sottolinea e mostra anche Vecchioni nel suo libro, quando l’uomo ha sentito il bisogno di competere, l’ha fatto inizialmente con la corsa.

Platone nel suo concetto ideale di Stato prevede una corsa campestre, da ripetere con una certa frequenza, da parte di tutti i cittadini abili. Ippocrate raccomandava caldamente “lunghe corse in modo che il corpo possa essere svuotato di umidità”.

A Roma Seneca non saltava mai la sua corsa quotidiana, e si disse che continuò fino a tarda età.

La corsa in età avanzata

Mio padre a 80 anni dopo una gara in Polonia

“Preferirei molto di più morire in una corsia di una pista di atletica piuttosto che in una corsia d’ospedale”. Mio padre

Solo il nuoto (oltre il camminare ovviamente), può essere paragonato, come antichissimo mezzo di locomozione, alla corsa. Neanche il nuoto è un gioco, o nasce come sport. I nostri antenati si spostavano per necessità anche nuotando: per attraversare fiumi o laghi, o per avere accesso al mare (anche per pescare). Non erano grandi nuotatori, ma secondo alcuni studi solo il nuoto produce, per esempio, tutto il mix di sostanze chimiche che il nostro corpo genera correndo a lungo (anche se in modo minore, a parità di tempo ovviamente).

Ebbene, possiamo osservare che sia la corsa che il nuoto, contrariamente ad altri sport, si possono praticare anche in età avanzata. I divari percentuali tra le prestazioni di un giovane e quelle di un anziano nella corsa di lunga distanza e nel nuoto sono infatti minori di quelli registrati in molti altri sport.

Mio padre (Cavaliere d’Italia per meriti sportivi, classe 1926) corse a 80 anni compiuti una mezza maratona, la sua amata Roma-Ostia, in 1h 42’ 26”, ovvero alla velocità di 12.37 km/h, o 4’51’’ a km. Quel tempo fu allora la migliore prestazione di un ultraottantenne a livello mondiale di sempre (ora gli ultraottantenni più competitivi corrono la mezza maratona abbondantemente sotto 1h 40’). A settanta anni compiuti corse una maratona, con alcune salite (Göteborg),  in 3h 2’ 20’’, alla velocità di 13.89 km orari o 4’19’’ a km, stabilendo il primato europeo degli over 70 e sfiorando per pochi secondi quello mondiale. Ora gli ultrasettantenni di punta corrono la maratona sotto le tre ore, e di molto!

Queste prestazioni, è il punto che vorrei qui sottolineare, dimostrano che la gara tra anziani nella corsa è una gara vera: questi sono tempi del resto accettabili anche per un giovane atleta (se non specificatamente allenato per queste gare, ovviamente). Un mio conoscente ottantenne, ex giocatore di tennis di un certo livello che gioca ancora con coetanei, mi confessa che il loro è in verità un ‘palleggio’. Chiarisce infatti che se volessero mettere davvero la palla dove sarebbero in grado di fare, ogni gioco durerebbe davvero poco.

Molti altri sport (come quelli di contatto fisico, per esempio) non possono neppure essere praticati ‘per finta’, vista l’altissima probabilità di infortuni in età avanzata. Mio padre ha corso a livello agonistico fino a 88 anni, ed ha poi continuato a ‘corricchiare’ per semplice diletto fino a quasi 95 anni; poche settimane prima della morte, avvenuta in conseguenza di un banale incidente domestico.

Su questi temi è stata avanzata da molti esperti una spiegazione evoluzionistica (tutto in biologia del resto, insegna Lieberman, va visto alla luce dell’evoluzione). L’essere umano, animale sociale, cacciava in gruppo e anche la presenza dell’anziano era importante: questi portava la sua esperienza, decisiva nel seguire le tracce degli animali o magari nel tagliar loro la strada (anche se ovviamente era sempre il giovane a fare lo sprint finale). Teniamo anche a mente che nel passato l’anziano non andava in pensione. I cacciatori non smettevano di cacciare raggiunta una determinata soglia di età, e potevano così continuare a beneficiare di antiossidanti e antinfiammatori. Avevano cellule riparate, cervello, muscoli, fegato e ossa relativamente sane, meno grassi e zuccheri nel sangue. Usufruivano, in altre parole, di una sorta di continua manutenzione del loro corpo, che li manteneva relativamente in forma.

Almeno in parte aveva quindi ragione mio padre che, parafrasando un vecchio detto, amava ripetere: “Non si smette di correre perché si diventa vecchi, ma si diventa vecchi perché si smette di correre”.

Le donne e la corsa

L’americana Kathrine Switzer nel 1967 si iscrisse alla maratona di Boston con uno stratagemma, quando il regolamento lo vietava perché “il corpo della donna non è in grado di correrla”. Durante la gara uno degli organizzatori cercò di fermarla.

“Le donne non sono fatte per correre, e quando fuggono sperano di essere raggiunte” Jean-Jacques Rousseau

Fino a non molto tempo fa si pensava che per le donne correre sulle lunghe distanze fosse pericoloso. La gara femminile di maratona e anche quella dei 3000 metri piani furono introdotte solo nelle Olimpiadi del 1984 (i 3000 furono sostituiti dai 5000 e dai 10000 solo successivamente).

Eppure, il 16 gennaio scorso Erchana Murray-Bartlett, una maratoneta di punta australiana di 32 anni che fallì la qualificazione alle Olimpiadi di Pechino, ha completato felicemente questo suo progetto: correre una maratona al giorno per 150 giorni di seguito. Più di 6300 chilometri, in qualsiasi condizione. Partita da Cape York è arrivata a Melbourne, attraversando città, ma anche spiagge, foreste pluviali, strade secondarie e autostrade, con temperature molto basse e molto alte.

Diversi dati scientifici basati sul ritrovamento di scheletri di cacciatori, ma anche sulle osservazioni delle tribù che ancora praticano la ‘persistence hunting’, suggeriscono in verità che nei gruppi di caccia donne e uomini collaboravano con rispettive competenze.

La caccia richiedeva, oltre a una grande resistenza, anche intelligenza e esperienza nel vedere le tracce degli animali e pianificare i percorsi. Ebbene, per esempio, la donna vede meglio i colori degli uomini. Un uomo su dodici è daltonico, e questa percentuale per le donne è molto più bassa. E distinguere i colori è importante per riconoscere macchie di sangue o altri indizi. Molti studi mostrano anche che il declino fisico dovuto all’età nella resistenza è nelle donne meno marcato che non negli uomini. Ma il fatto di gran lunga più significativo è che le donne sono meglio adattate degli uomini a depositare extra energia nelle cellule grasse.  E il grasso, non lo zucchero, è la vera benzina nelle corse molto lunghe.

Non è un caso quindi che alcuni antropologi postulino che finita la caccia le donne spesso sarebbero tornate, appena catturata la preda, dalla loro prole per sfamarla ed accudirla.

Se andiamo a vedere la differenza percentuale nelle prestazioni di uomini e donne nella corsa vediamo in ogni caso che questa grandezza diminuisce all’aumentare delle distanze. Anche se più le gare diventano lunghe, meno donne – per motivi sociali, tutto lascia supporre – vi partecipano. Vi sono ultramaratone in cui le iscritte sono pochissime, eppure tra i primi dieci arrivati non è affatto raro vedere una donna.

Cosa accadrà quando il 50% dei partecipanti ad una lunga ultramaratona sarà composta da donne?

Sulla competitività e il ‘social reward’

 “We Hold These Truths To Be Self-Evident That All Runners Are Created Equal. Yet, Some Runners Are More Equal Than Others” Benjamin Cheever

Noi esseri umani siamo esseri sociali: di norma teniamo al giudizio degli altri. Se rimaniamo in ambito sportivo va notato che molti sport e attività fisiche nascono come divertimento: ma certo siamo anche gratificati mentalmente quando vinciamo.

Ebbene, essendo la corsa (con la lotta) l’attività in cui la competitività umana si è maggiormente espressa nei millenni, è naturale osservare che è anche quella in cui vincere ci soddisfa psicologicamente in modo particolare. Durante le elementari ho partecipato a corsi di Atletica Leggera del Coni. Imparai a praticare le diverse discipline e ricordo vivamente come a tutti noi bimbi il fatto di arrivare primi nella corsa regalava sensazioni davvero particolari. A differenza, per esempio. di ciò che accadeva nel saltare o nel lanciare, dove pure eravamo contenti di prevalere. Anche su questo si sofferma l’istruttivo libro del biologo tedesco Bern Heinrich che indico in bibliografia (13).

Seguendo le avventure sportive – e non solo – di mio padre e dei suoi coetanei per così tanto tempo, ho certamente verificato quanto sia gratificante vincere anche a una certa età. A carte, a dama o a bocce: ma vincere in una maratona è davvero un’altra cosa.

Perché ci facciamo male correndo?

 “Dei millecinque, non vi saprei dire;

Li ho corsi pieno di vertigine

E di crampi, testardo e disperato,

TerrificatoDal tamburo convulso del mio cuore.

Li ho vinti, ma a caro prezzo….” Primo Levi

Da un lato siamo fatti per correre, dall’altro ci infortuniamo correndo. Paradosso? Come se un pesce si infortunasse nuotando o un uccello volando. Vecchioni in particolare argomenta in modo convincente, a mio avviso, che il problema risiede principalmente nel fatto che l’individuo moderno non può più considerarsi ‘naturale’ nella sua corsa. Noi ci siamo evoluti per correre nei prati, e scalzi. Non sull’asfalto o su una pista di tartan o altri materiali sintetici, e magari con scarpe chiodate.

Siamo, per certi versi, diventati una sorta di “esseri umani da zoo”: una definizione non a sproposito, ricorda Vecchioni, perché le malattie di cui soffrono molti animali negli zoo non sembrano molto diverse da quelle che affliggono l’essere umano di oggi.

Noi per non essere soggetti così spesso ad infortuni (molte statistiche mostrano che l’80% degli atleti amatoriali o master ha come minimo un infortunio serio all’anno) dovremmo probabilmente iniziare a correre sin da piccoli, e in natura. E senza calzature, così da sfruttare al massimo (per la nostra salute, almeno!) tutta la potenzialità della nostra anatomia, iniziando proprio dall’arco plantare.

Mostra bene sempre Vecchioni quanto in generale non correre in modo naturale ci porti in ogni caso ad assumere atteggiamenti e tecniche di corsa malsicure. Del resto chiediamoci: se tenessimo un uccello da quando è nato in una piccola gabbia, e solo dopo molti anni lo liberassimo (magari non nel suo ambiente), potrebbe volare allo stesso modo di un esemplare della stessa specie che sin dalla nascita ha avuto la possibilità di volare, vivere e svilupparsi in natura?

Mio padre, chi lo ha conosciuto lo sa bene, amava correre e allenarsi spesso nei prati o in una vecchia pista in terra battuta gestita dall’università di Roma Tre. Scalzo. Un giorno decise anche di gareggiare senza scarpe. In una gara sulle strade di Roma, in notturna: la Roma URBS Mundi, di 15 km. Si ferì seriamente, per alcuni vetri, a un piede: da allora non provò mai più a correre sull’asfalto senza calzature.

Perchè la maggioranza di noi non ama correre?

D’istinto prendiamo l’ascensore, non usiamo le scale

Correre o non correre, questo è il problema. Se sia più nobile soffrire, e sudare, ansimare, faticare; o contrastare questo mare d’affanni e, opponendosi, sdraiarsi sul divano, riempirsi di tiramisù e por loro fine?  Scherzando nel parafrasare il più grande psicologo di ogni tempo

Noi siamo fatti per correre e abbiamo sempre corso nel nostro passato: uomini, donne, anziani. Eppure solo una minoranza di noi oggi corre. Come se improvvisamente solo una minoranza di uccelli volasse, o una minoranza di pesci nuotasse. Il fatto è che l’essere umano si è evoluto per correre, d’istinto, solo quando gli serve davvero: non per divertirsi o per non deprimersi.

I nostri antenati dovevano correre lunghe distanze, ogni giorno, semplicemente per sopravvivere. Non fare esercizio non è mai stata per loro un’opzione. Quindi, come insegna ancora Lieberman, non c’è mai stata alcuna pressione selettiva per far sì che alle persone piacesse correre inutilmente. Anzi, bisognava risparmiare energie appena e quando possibile. Alcuni cacciatori-raccoglitori avevano diete di circa 2000 calorie al giorno. Quando il tuo apporto energetico è così basso, argomenta Lieberman, non puoi permetterti di fare jogging solo per divertimento, sarebbe pericoloso. Siamo un po’ nella condizione di quando desideriamo cibi ricchi di zuccheri e grassi, perché questo sarebbe stato vantaggioso per i nostri antenati. Solo ora questi alimenti sono diventati pericolosi, perché ne possiamo trovare sempre in abbondanza.

Dovremmo sempre tener conto del fatto che è stato solo davvero di recente che un gran numero di esseri umani si è liberato dall’obbligo di svolgere attività fisica. Ma tutti noi siamo molto vicini geneticamente al nostro antenato della savana. Laddove l’ambiente in cui viviamo è estremamente diverso da quello per noi naturale.

Se andiamo a cena da amici non parcheggiamo istintivamente lontano dalla loro casa, tanto ‘per farci una bella corsetta’. Né facciamo d’impulso salti di gioia se scopriamo poi che i nostri conoscenti abitano all’ottavo piano e l’ascensore è rotto. Perché, ripeto, se i nostri antenati non avessero istintivamente sempre cercato di risparmiarsi oggi noi non esisteremmo.  Del resto se poi alla fine del pasto ci viene offerto un dolce alla crema o una tisana, scegliamo istintivamente il dolce. Non è ora nell’interesse del nostro apparato cardiocircolatorio, certo. Molto più salutare la tisana. Ma il nostro è un istinto evolutivo molto radicato, che ci avrebbe infatti aiutato a scegliere la cosa giusta nella savana. E, come sottolineavo, noi siamo ancora, nel profondo, quelli della savana: è solo con il ragionamento che possiamo modificare il nostro comportamento.

Una curiosità, significativa e istruttiva: ci ricorda Lieberman che i tapis roulant furono inventati nel XIX secolo dai vittoriani per punire i prigionieri. Oscar Wilde fu uno di loro, andò in prigione nel 1895 per due anni di lavori forzati e si ritrovò a lavorare su un tapis roulant in diversi momenti della giornata. Oggi invece sborsiamo denaro, sembra davvero paradossale alla luce della storia, per comprare o usare un tapis roulant: per faticare, sudare, soffrire e … non andare da nessuna parte! Come paghiamo per avere cibo ‘sofisticato’ senza grassi o senza zuccheri. Perfino per la generazione dei miei genitori questa era una totale assurdità!

Anche nel campo cognitivo e in ogni aspetto che riguarda il nostro comportamento e le nostre decisioni, per esempio in un ambito così delicato e importante come quello morale (dove scegliamo e giudichiamo cosa è giusto e cosa è sbagliato fare), sperimentiamo del resto situazioni analoghe. Sulle quali è forse non inutile soffermarsi brevemente.

Istinto e ragione

Daniel Kahneman

“Bisogna che la ragione si appoggi alle conoscenze del cuore e dell’istinto” Blaise Pascal

Nel 2009 fondai, con il fisico Francesco Piccolo, una azienda che per anni si è occupata di Intelligenza Artificiale e di formazione nel campo del ‘Decision Making’. Ricordo un semplicissimo problema di carattere didattico che usavamo discutere nei nostri corsi. Esso mi appare istruttivo anche in riferimento ai temi trattati sinora, e soprattutto alle conclusioni che avanti proporrò. E’ un problema apparentemente molto semplice, ma capace di mandare in crisi molti studenti di prestigiose università. Così ha rivelato, illustrandolo nel discorso pronunciato quando gli fu conferito il Nobel per l’economia, lo psicologo israeliano Daniel Kahneman.

“Compro una mazza e una palla da baseball per 1 dollaro e dieci centesimi. La mazza costa un dollaro in più della palla. Quanto ho pagato la palla?”.

Kahneman ha verificato che la maggioranza di chi prova subito a rispondere sbaglia clamorosamente. In molti, infatti, rispondono 10 centesimi, mentre la risposta corretta è 5. A tradirci, in questo caso come altri, è il nostro cervello. Questo tende a lavorare istintivamente, utilizzando veloci intuizioni cognitive.

Nel libro riportato in bibliografia (14), Kahneman mostra come il nostro cervello utilizza per lo più due sistemi di ragionamento, il sistema 1, “rapido e associativo”, e il sistema 2, “lento e governato da regole”. E discute l’influenza spesso decisiva delle impressioni intuitive sui nostri pensieri e il nostro comportamento. Noi non ci siamo evoluti per essere razionali: dobbiamo sforzarci per esserlo, e con fatica.

Come discutiamo in un lavoro anche io e Piccolo (15) questo non significa però che dovremmo abbandonare i nostri istinti: nella maggioranza dei casi funzionano eccome. Le nostre intuizioni possono però, talvolta, condurci a dei veri ‘tunnel della mente’, a delle vere e proprie ‘illusioni cognitive’, anche se è innegabile che la nostra abilità nel decidere si basa, di norma e nella maggioranza delle situazioni di ogni giorno, su semplici strategie che si sono evolute per far fronte all’ambiente in cui ci siamo trovati a vivere. Un vigile del fuoco che deve salvare un bambino in pericolo in un incendio non ha tempo per fare calcoli o ragionamenti complicati.

Nel contesto semplice della savana, in cui si viveva in gruppi al massimo di 50-100 persone, la precisione non era affatto un requisito importante. E non ci siamo infatti adattati all’ambiente per essere ‘precisi’. Rispondere intuitivamente alla domanda precedente con 10 centesimi – sfruttando le nostre innate euristiche della mente, vere e proprie ‘scorciatoie’ che ci aiutano a scegliere presto – non ci avrebbe causato problemi.  Ci avrebbe altresì permesso di agire immediatamente: in quell’ambiente ‘non complesso’ una modalità di azione evidentemente vantaggiosa. Del resto la risposta 10 centesimi non è precisa, certo, ma non così imprecisa come sarebbero 50 o 60.

Nel mondo di oggi però la precisione è invece essenziale, e dovremmo ricercarla. Ma, ripeto, se il mondo è cambiato davvero solo pochi decenni fa, il nostro cervello ‘più profondo’ no.

Intuizioni e morale

La statua di Ethos a Canberra

“Al nostro istinto più forte, al tiranno che è in noi, non si sottomette solo la nostra ragionevolezza, ma anche la nostra coscienza” Friedrich Nietzsche

Riflettere su come costruiamo i nostri giudizi su ciò che è bene e ciò che è male può ulteriormente aiutarci a comprendere quanto e come ci influenza (e quanto dovrebbe) la parte più profonda del nostro cervello nel momento in cui facciamo le nostre scelte.

Come ho provato anche io ad argomentare in alcuni miei lavori (16, 17), la morale dovrebbe essere vista come parte della scienza del comportamento razionale, anche se questa affermazione non è oggi certamente accettata da tutti. Ritengo persuasiva l’idea di coloro che affermano che una teoria morale debba tener conto delle nostre reazioni intuitive, e anzi debba perfino talvolta partire da esse. Ma credo che le conclusioni, anche qui, non possono non essere infine vagliate alla luce del pensiero razionale.

Se in una parte del fiume sta annegando mio figlio e in un’altra tre bimbi, abbracciati tra loro ma a me sconosciuti, è naturale e anche assolutamente comprensibile che mi tuffi per andare a salvare mio figlio.

Noi non ci siamo evoluti per essere ‘giusti’, per farci guidare da considerazioni di carattere etico. Ci siamo adattati al nostro ambiente solo per riprodurci ‘il più possibile’. Molti studi mostrano come l’adulto medio in paesi avanzati ha un rapporto sessuale da una a due volte la settimana.  E ci siamo evoluti anche per far sì che i nostri figli si riproducano il più possibile: accudendoli, crescendoli e …. salvandoli dai pericoli di un annegamento, se necessario.

Il famoso biologo evoluzionista e paleontologo americano Stephen Jay Gould, vedi per esempio il volume in bibliografia (18), mostra bene che il progresso non caratterizza la storia della vita biologica.

E come argomenta l’etologo e saggista britannico Richard Dawkins, tra l’altro in (19), se noi esseri umani non avessimo quindi utilizzato il pensiero razionale, per avere infine una morale costruita, ragionata, dibattuta, discussa, oggi non avremmo i codici morali in uso in molte comunità del XXI secolo.

Ora, in queste almeno, non vi è più la schiavitù, non si lapidano le adultere, si crede nella parità di uomini e donne, nella gentilezza d’animo, nella democrazia, nei diritti degli animali, etc….Tutto ciò è davvero avvenuto di recente nella storia umana: ha poco fondamento negli istinti naturali. Questi risultati si sono ottenuti attraverso il confronto e il consenso: con l’istruzione, l’educazione e la riflessione.

Conclusioni

Il filosofo

“Fatti non foste a viver come brutima per seguir virtute e canoscenza” Dante

Tutta la discussione presentata nei precedenti paragrafi dovrebbe infine guidarci ad una condotta: se vogliamo mantenerci sani, e vivere molto più a lungo di quanto riusciamo a fare ora, significa che oltre a mangiare cibi che non ci appassionano dovremmo anche allenarci quando non vogliamo. Uso, per inciso, la parola allenamento per indicare un esercizio fisico scelto liberamente, ovvero non obbligato da esigenze primarie.

Nel passato ci fu una pressione selettiva per aiutarci a evitare esercizi inutili ogni qualvolta che potessimo. I bambini davvero piccoli corrono, è vero. Ma perché istintivamente curiosi di guardare e imparare: è così che fanno le loro prime scoperte assolutamente necessarie alla loro sopravvivenza (ricordo comunque che l’evoluzione biologica può senz’altro spingerci talvolta a comportamenti apparentemente contraddittori). Appena cresciuti siamo però spinti, dal nostro cervello, a sederci quando possibile.

Dobbiamo quindi, invita Lieberman, essere molto comprensivi verso i nostri istinti fondamentali di pigrizia, anche se questo non significa però che dobbiamo sempre obbedir loro. I nostri istinti più profondi e antichi del resto ci spingerebbero sempre e prima di tutto a mangiare (e bere), riposare, accoppiarci. Ma non siamo più nella savana.

Considerando il contesto e l’ambiente in cui ormai viviamo, l’esercizio fisico e in particolare la corsa dovrebbero così essere visti come parte fondamentale della nostra educazione e della nostra istruzione. La riflessione razionale dovrebbe insegnarci a non avere comportamenti solo istintivi: per esempio a praticare il digiuno intermittente, a non mangiare comunque cibi troppo grassi o con troppi zuccheri, a prendere spesso ‘precauzioni’ quando facciamo sesso, o magari a utilizzare la matematica a supporto del processo decisionale.  Dovremmo in particolare imparare tutti ad andare a correre, ormai, senza un motivo legato immediatamente alla nostra sopravvivenza.

Come sottolinea Lieberman, l’uomo occidentale medio sedentario è molto più attivo di un tipico scimpanzé selvatico. Vero. Ma per come ci siamo evoluti, per come noi esseri umani ci siamo adattati in due milioni di anni all’ambiente della savana, non avere un’attività fisica regolare e prolungata, ogni giorno, è decisamente patologico. Ci ammaliamo soprattutto per questo. Spesso con risvolti dolorosi. Come affermava mio padre negli ultimi suoi anni, “non dovremmo aver paura della morte, ma di morire”.

La scienza e la tecnologia ci hanno permesso, e ‘in un battito di ciglia’, grandi progressi in differenti campi. Abbiamo così aumentato notevolmente la vita media e la speranza di vita. Anche se il nostro non è ‘il migliore dei mondi possibili’, come sosteneva Liebniz, io sono convinto che è il migliore tra quelli che abbiamo fino ad ora sperimentato. Possiamo però, Liebniz non ce ne voglia, fare molto meglio. Possiamo vivere più a lungo ma soprattutto, sottolinea Lieberman, vivere sani più a lungo.

Sempre più studi, anticipavo, stanno dimostrando che l’assenza, via via più frequente, del movimento nelle nostre vite ci sta fortemente penalizzando dal punto di vista della salute. Le relative malattie non riguardano solo persone molto anziane (certamente vivendo di più questo è più probabile) ma anche molte persone più giovani.

Noi non ci siamo evoluti per prendere decisioni razionali. Come non ci siamo evoluti per essere ‘giusti’.  E non ci siamo neppure evoluti, insegna sempre Lieberman, per essere sani. Noi ci siamo adattati al nostro ambiente, lo ripeto, solo per riprodurci il più possibile. Questo è sempre stato  il ‘fine’ (tra grandi virgolette!) dell’evoluzione. Forse ha proprio ragione Dawkins nel sintetizzare (20) che noi siamo solo “macchine da sopravvivenza, robot semoventi programmati ciecamente per conservare quelle molecole egoiste note sotto il nome di geni”. Siamo propensi all’obesità, per esempio, non perché ci renda più sani, ma perché questa favorisce la fertilità.

Prendiamone atto: non ci siamo evoluti per essere felici. La ricerca della felicità può essere favorita, ci piaccia o meno, solo dalla ragione.

PS Ringrazio molto volentieri le mie amiche e amici Alberto Balsamini, Giulio D’Agostini, Francesca Frattini, Filippo Orio e Francesco Piccolo per i cortesi e utili suggerimenti e critiche alla bozza di questo scritto.

Bibliografia

(1) World Health Organization, Global status report on physical activity 2022

(2) Vecchioni D., Corsa. La medicina perfetta

(3) McDougall C., Born To Run

(4) Bramble D., Liebermann D., Endurance running and the evolution of Homo

(5) Lieberman D., Exercised: The Science of Physical Activity, Rest and Health 

(6) Lieberman D., The Story of the Human Body. Evolution, Health and Disease

(7) Lieberman D., Pilbeam D., Wrangham R., The Transition from Australopithehecus to Homo

(8) Soresi L., Il più grande maratoneta dell’universo

(9) Glasser W., Positive Addiction

(10) Gotaas T., Storia della corsa

(11) Cheever B., Strides. Running Through History with an Unlikely Athlete

(12) Quercetani R. L., Sfida alla distanza

(13) Heinrich B, Why We Run. A Natural History

(14) Kahneman D., Thinking, Fast and Slow

(15) Agnoli P., Piccolo F., Probabilità e scelte razionali. Una introduzione alla scienza delle decisioni

(16) Agnoli P., Il dilemma del pilota 

(17) Agnoli P., Sull’aborto e il nostro senso morale: un dilemma teorico e una storia reale

(18) S. J. Gould, Full House: The Spread of Excellence from Plato to Darwin

(19) Dawkins R., Science in the Soul: Selected Writings of a Passionate Rationalist

(20) Dawkins R., The Selfish Gene

Chi lo ha scritto

Paolo Agnoli

Paolo Agnoli è dottore, con lode, in fisica secondo il vecchio ordinamento ed ha anche una laurea magistrale in filosofia. E’ risultato uno dei vincitori del premio “Enrico Persico”, bandito annualmente dalla Accademia Nazionale dei Lincei. Da anni è ormai appassionato di temi storici e filosofici relativi al dibattito scientifico e culturale in generale. Ha diretto per molti anni un’azienda (Pangea Formazione, riconosciuta come istituto di ricerca dal Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca), composta in larga maggioranza di fisici e matematici, impegnata nella progettazione di algoritmi e modelli probabilistici a supporto del processo decisionale industriale, manageriale e strategico. Pangea F., di cui Agnoli è stato anche uno dei due fondatori, è stata acquisita nel gennaio 2021 dal colosso americano della consulenza Bain & Company.